Allacciate le cinture

18.40, Milano Malpensa.

Il capitano invita i passeggeri ad allacciare le cinture e augura un piacevole volo.

Potrebbe sembrare l’incipit di un augurio di buon anno: la metafora del viaggio, la partenza, il nuovo inizio …

E invece no.

Sto partendo. È appena finita la mia prima trasferta ufficiale in patria, il primo rientro dell’Expa(triata) in terra natale.

E come vuole il Manuale dell’Espatriato, i sintomi da distacco iniziano a farsi vivi.

Stretta allo stomaco mista a tristezza e nausea. Una sensazione non ben definita che può essere magone ma non capisci bene se è un vero magone o se è più la pesantezza dovuta alle abbuffate degli ultimi giorni.

In realtà lo sai benissimo cos’è. Lo chiamano anche “Blues da rientro”.

Una specie di automatismo nei gesti; il mondo si muove e tu con lui ma è come se tutto ti scivolasse addosso mentre procedi in uno stato di trance in una robotica non-consapevolezza.

L’occhio un po’ annacquato.

Ho letto molto sul tema Espatrio & dintorni in questo periodo (e ho scoperto che si scrive davvero parecchio a questo proposito): blog, pagine Facebook, articoli di libri. Tutto conferma la medesima teoria: il distacco è forte, spesso traumatico.

Cioè, lo è per molti ma non per tutti. Diciamo per tanti.

Io ho sempre pianto tanto e per i motivi più disparati: per i lutti ovviamente ma anche per la fine delle vacanze, dei viaggi, delle serie tv, a tutti i matrimoni e battesimi, quando Licia di KissmeLicia ha baciato Mirko la prima volta, quando è morta Lady Oscar e pure sulle note di She’s Like a Wind quando Patrick/Johnny mollava Baby sul ciglio della strada perché Dancing andava bene ma Dirty un po’ meno. Vogliamo parlare di Titanic ?

Quindi figurati se non piango adesso.

Perché è dura, molto dura. Specialmente se sei all’inizio, se il tuo cuore si trova ancora “più di qua che di là”, se le radici “di qua” sono ancora ben salde mentre “di là” hai appena iniziato a germogliare.

Pensi alle millemila ottime ragioni per continuare la tua strada e portare avanti con fiducia la scelta fatta ma è inevitabile: la frattura la senti. Come una piantina che viene estirpata con tutte le sue radici.

“Cabin crew prepare for take off”

Rettilineo illuminato. Rincorsa. Velocita’. Motori. Rumori. Decollo.

E mentre l’aereo inizia a salire in posizione diagonale, pronto a infilarsi nel cielo nero della notte milanese, in quella frazione di secondo in cui le ruote si staccano dal suolo e il respiro si ferma nella gola in un infinto attimo di apnea ecco che proprio allora, senza un motivo preciso, mi vengono in mente le mie più care Amiche.

Un flash delle loro vite, così come le ho viste in queste settimane.

Tante situazioni, tante vicissitudini, tante storie.

C’è chi sta per iniziare un’importante momento lavorativo: grande responsabilità, soddisfazione ma sicuramente tanta pressione.

C’è chi ha da poco intrapreso una relazione sentimentale dopo un passato burrascoso, con tutte le ansie e le paure del caso.

C’è chi sta raccogliendo i cocci di una relazione appena finita e, oltre a leccarsi l’amara ferita della separazione, deve anche fare le valigie e trovare una nuova casa.

C’è chi lotta ogni giorno con incredibile forza per gestire al meglio una delicata quotidianità familiare, in cui adulti e bambini si trovano di fronte a prove tostissime e drammi che, malgrado il nostro volere, non succedono solo agli altri.

C’è chi invece nella più apparente e assoluta normalità si impegna a vivere una quotidianità serena e felice, scontrandosi con le difficolta’ della routine lavorativa e familiare e magari anche con quegli scheletri che dormicchiano negli armadi da anni e di quando in quando fanno capolino.

E poi ci sono io – l’Expat – che qui, su questo aereo, sono in volo verso il punto più alto del mio picco emotivo, in questo momento di grande scombussolamento atmosferico, e non solo.

Alta quota. Di nuovo in orizzontale. Luci in corridoio. Potete slacciare le cinture.

Non credo sia necessario fare un check in per iniziare un viaggio. Fare i bagagli, prendere un biglietto.

Così come non è necessario cambiare casa, città e nazione per vivere una grande tempesta.

Forse a volte basta solo alzarsi dal letto ogni mattina, fare un ampio respiro e affrontare con coraggio, pazienza, fiducia e un pizzico di leggerezza la giornata che sta per iniziare. Con tutto quello che ci verrà offerto.

Rincorse, decolli, vuoti d’aria e turbolenze. Luci, buio. Atterraggi e quiete. Lacrime, magoni, debolezze, dolori.

Ma anche attimi di felicità.

Il mezzo si trasporto poco importa. Una grande turbolenza si fa sentire anche in autobus se il momento è quello giusto. Mettiamoci comodi e aspettiamo che passi.

Io al momento, per non sbagliare, riallaccio le cinture.

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